Visualizzazione post con etichetta KPI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta KPI. Mostra tutti i post
sabato 21 gennaio 2017
10 Business Plan parte 2
Etichette:
certificati verdi,
CNA,
cogenerazione,
EGE,
ESCO,
KPI,
Luca Vecchiato,
SIMERI,
sostenibilità,
tariffa onnicomprensiva,
TEE,
UNI 11352
07 indicatori finanziari parte 1
Etichette:
ECIPA,
efficienza,
EGE,
energia rinnovabile,
EPC,
ESCO,
KPI,
LCA,
Luca Vecchiato,
M&V,
Mirko Muraro,
Padova,
UNI 11339,
UNI 11352,
UNI 11428
lunedì 23 settembre 2013
Il GSE contro i sistemi di accumulo
"Con riferimento alle richieste di chiarimenti pervenute al GSE in merito alla possibilità d’installazione di sistemi di accumulo su impianti già ammessi agli incentivi, si precisa quanto segue.
Nelle more della definizione e della completa attuazione del quadro normativo e delle regole applicative del GSE per l’utilizzo dei dispositivi di accumulo, ai fini della corretta erogazione degli incentivi, non è consentita alcuna variazione di configurazione impiantistica che possa modificare i flussi dell’energia prodotta e immessa in rete dal medesimo impianto, come ad esempio la ricarica dei sistemi di accumulo tramite l’energia elettrica prelevata dalla rete.
A tal proposito si rammenta che il GSE, nel caso in cui dovesse accertarne la sussistenza, nell’ambito delle verifiche effettuate ai sensi dell’art. 42 del Decreto Legislativo 28/2011, applicherà le sanzioni previste dal medesimo articolo, ivi inclusa la decadenza dal diritto agli incentivi e il recupero delle somme già erogate."
Etichette:
cogenerazione,
corpo cilindrico,
energia rinnovabile,
ISO 50001,
KPI,
low cost,
patentino,
patto dei sindaci,
pianificazione energetica,
pollina,
UNI 11339,
UNI 11352,
UNI 11428,
Veneto
Ubicazione:
Posizione sconosciuta.
giovedì 24 gennaio 2013
RadiceFertile: sposare efficienza e resilienza
Abbiamo lanciato un abbozzo di portale per dare visibilità a un progetto di sostenibilità che ci sta molto a cuore: www.radicefertile.com.
Che cosa vogliamo fare? Ce lo stiamo domandando anche noi ma cominciamo ad avere le idee un po’ più chiare. Abbiamo creato una brevissima presentazione per illustrare i punti fondamentali.
Che cosa vogliamo fare? Ce lo stiamo domandando anche noi ma cominciamo ad avere le idee un po’ più chiare. Abbiamo creato una brevissima presentazione per illustrare i punti fondamentali.
lunedì 14 maggio 2012
martedì 28 febbraio 2012
La figura dell'Energy Manager

La nomina dell'energy manager è obbligatoria per le aziende industriali con consumi superiori ai 10.000 TEP/anno e per aziende di altri settori sopra i 1.000 TEP/anno.
L'energy manager deve svolgere in azienda funzioni di punto di raccolta e coordinamento per tutto quanto riguarda l'uso razionale dell'energia.
Questo incarico comporta:
- Individuazione e raccolta dati di tutte le utenze energetiche da controllare e stesura di un programma per la loro verifica ed aggiornamento;
- Redazione di un piano generale di verifica e controllo, anche predisponendo gli strumenti più opportuni, delle condizioni di funzionamento delle utenze energetiche; controllo della sua attuazione;
- Esame delle eventuali opportunità di interventi, ottimizzazione dell'uso dell'energia e della possibilità di impiego di energie alternative;
- Analisi tecnico-economica di ogni eventuale intervento di ottimizzazione dell'uso dell'energia;
- Redazione di progetti di fattibilità degli interventi che possono essere effettuati;
- Controllo periodico, per ogni utenza, dei consumi energetici per la verifica della validità di eventuali interventi di ottimizzazione dell'uso dell'energia,
- Verifica ed eventuale ottimizzazione dei contratti di fornitura dell'energia;
- Predisposizione di un programma di manutenzione predittiva, preventiva e correttiva per assicurare condizioni ottimali dell'energia.
Tutte queste responsabilità vengono svolte a stretto contatto con le funzioni aziendali (ufficio tecnico, produzione, manutenzione, acquisti) e fanno dell'EM una figura di raccordo che per esperienza personale e qualifiche
Per quanto sopra l'energy manager si candida anche a essere la figura più indicata come Rappresentante della Direzione nel caso l'azienda si voglia certificare ISO50001:2011.
lunedì 27 febbraio 2012
Gli indicatori energetici nella gestione dell'energia in azienda
Gli indici energetici sono strumenti fondamentali per la gestione dell'energia in un'azienda perchè rappresentano la gestione in modo chiaro e sintetico. Alcuni indici che l'azienda potrebbe monitorare sono:
- Consumo totale di energia: va calcolato riportando tutti i consumi primari (combustibili fossili, EE, scarti termovalorizzati, acquisti di utilities) a una base energetica comune (MJ o TEP);
- Consumo specifico: è il consumo specifico diviso la produzione dell'azienda (n° pezzi prodotti, n° tonn prodotte, km percorsi, ecc.). E' un indice significativo solo se la produzione è sufficientemente standardizzata da poter essere considerata indifferente dal punto di vista energetico. In questo caso è spesso utile separare una quota di consumo fisso (indicativamente il consumo dello stabilimento a produzione ferma) da una quota di consumo variabile (dipendente solo dalla produzione). Da notare che spesso il legame consumo energetico / produzione è non lineare.
- Rendimento termico: è il rapporto tra la produzione di energia utile di una macchina termica e l'energia introdotta come combustibile (di solito calcolata sul CPI). Questo indice da utilissime indicazioni sullo stato di manutenzione della macchina ed eventualmente sulla convenienza di sostituirla.
- COP: nelle macchine frigorifere è il rapporto tra frigorie ottenute ed energia utilizzata dal gruppo frigo. Come il rendimento dà indicazioni sulla manutenzione ma (in ambito climatizzazione) risente fortemente di fattori esterni quali la temperatura ambiente.
- Consumo specifico per la produzione di utilities: è usato ad esempio per il controllo delle centrali aria compressa ed è calcolato come kWh/Nmc di aria compressa. Permette di riassumere semplicemente le prestazioni di una centrale.
Volendo impostare l'attività di un'azienda sul benchmarking è necessario disporre di dati di aziende comparabili (per esempio altri stabilimenti dello stesso gruppo o provenienti da analisi del settore). Per esempio nella raffinazione viene utilizzato l'indice Solomon che, tra gli altri dati, utilizza anche indici di intensità energetica. La disponibilità di confronti di questo tipo richiede la creazione di standard (p.e. Correlazioni tra consumi e fattori energetici), l'implementazione di politiche di budget e la valutazione attenta degli scostamenti tra i dati attesi e quelli ottenuti. Valutazioni di questo tipo sono utili se ripetute periodicamente, in quanto tengono conto del miglioramento medio di un settore.
L'utilizzo delle alghe per la produzione di biocarburanti

Premessa
Energia e trasporti sono due settori a strettissimo contatto. Nei paesi industrializzati circa un terzo del consumo totale di energia primaria è utilizzato per i trasporti e si tratta nella quasi totalità di energia da fonti fossili. Come riuscirà a reggere questo comparto alla diminuita disponibilità di petrolio che si prospetta per i prossimi anni?
Una risposta, sia pure parziale, è data dall'utilizzo di biomasse per la produzione di carburanti. Essenzialmente i filoni tecnologicamente maturi sono il bioetanolo (su cui gravano sospetti di un EROEI minore di 1, ossia di richiedere per la produzione più energia di quella che viene restituita) e il biodiesel. Quest'ultimo è ottenuto quasi completamente dai semi delle oleaginose (colza, girasole, palma, ecc.).
Se a prima vista questo genere di produzione ha impatti positivi in termini di autonomia energetica e di ridotta emissione di CO2 (che viene parzialmente compensata dalla CO2 assorbita dalla pianta durante la sua crescita) non pochi dubbi sono stati sollevati su questa filiera di produzione, in termini di sostenibilità ambientale e di utilizzo della superficie agricola, bene strategico in un mondo sempre più affamato.
L’utilizzo di olio ricavato da biomassa algale permette, in prospettiva, di ridurre alcuni dei problemi suddetti in quanto le alghe non sono utilizzate come alimento primario e inoltre non richiedono terreni agricoli. Oltre all'uso energetico le alghe possono essere usate per colture alimentari, per la depurazione delle acque e come fertilizzanti, in quanto sono coltivate in particolari reattori che possono essere posti ovunque vi siano condizioni favorevoli in termini di temperatura e irraggiamento. Sono inoltre possibili più raccolte durante l’anno e non, come per tutte le altre piante a terra, uno o al massimo due raccolti l’anno.
Biodiesel, il quadro normativo
In Europa le modalità di utilizzo dei biocarburanti sono dettati dalla Direttiva Europea 2003/30/CE, recepita in Italia dal Decreto Legislativo 30/05/2005 n.128 nel quale vengono definite le modalità di tassazione alla quale devono essere sottoposti i biocarburanti. La Direttiva 2003/30/CE aveva come scopo la promozione e l’introduzione di biocarburanti o di altri carburanti rinnovabili in sostituzione del carburante diesel o di benzina nei trasporti al fine di rispettare gli impegni della Comunità Europea in materia di cambiamenti climatici e per contribuire all’approvvigionamento rispettando l’ambiente e promuovendo fonti di energia rinnovabile: a questo scopo il Decreto 30/05/2005 prevedeva un incentivo alla produzione di oli minerali o biodiesel in quanto, in relazione ad un programma della durata di sei anni dal 1°gennaio 2005 al 31 dicembre 2010, esentato dalle accise nei limiti di un contingente di 200.000 tonnellate.
L'obiettivo nazionale nell’introduzione di biocarburanti ed altri carburanti rinnovabili, espressi come percentuale del totale del carburante diesel e di benzina nei trasporti, prevedeva il raggiungimento della soglia del 1% entro il 31 dicembre 2005, il 2,5% per il 31 dicembre 2008 e il 5,75% per il 31 dicembre 2010 (quest’ultimo coincide inoltre con l’obiettivo europeo). Il decreto del 25 gennaio 2010, però, ha ridotto questi obiettivi al raggiungimento della quota minima nazionale per il 2010 del 3,5 %, calcolato su base del tenore energetico; per l’anno 2011 tale quota è fissata al 4% e per il 2012 al 4,5%; percentuali comunque molto lontane dalla quota minima europea che è appunto del 5.75% .
Il biodiesel da microalghe
La produzione di biomassa algale ha trovato sempre più grande attenzione negli ultimi decenni in quanto sembra essere la risoluzione ai problemi legati alla produzione da colture tradizionali. Le microalghe potrebbero, infatti, produrre da 50.000 a 200.000 Litri di olio da trasformare in biodiesel per ettaro all’anno, in confronto ai 1.000, 2.500 o 6.000 (per l’olio di palma) litri per ettaro ottenibili dalle colture a terra.
La quantità di biodiesel prodotto dipende dal contenuto di lipidi nelle alghe , che a sua volta dipende dalla specie algale e dalle condizioni in cui viene coltivata. Alcune tipologie di alghe possono arrivare a contenere più del 80% di lipidi nella loro massa secca.
Il problema principale è al momento dovuto al costo molto alto della produzione di biodiesel da alghe, il quale è dovuto principalmente ai processi di raccolta della biomassa e alla concentrazione ed essiccamento della stessa: il biodiesel è un composto prodotto attraverso una reazione di trans-esterificazione a partire da trigliceridi e alcoli in presenza di un catalizzatore. Attualmente non sono ancora presenti impianti che permettano la produzione di biomassa su larga scala, in quanto questa nuova tecnologia è ancora in fase di sperimentazione.
Le microalghe: fonte perpetua di energia
La coltura di massa delle microalghe è studiata già da 60 anni, a cominciare dall’inizio degli anni ‘50 come potenziale fonte di sostentamento per l’umanità, con la prospettiva di risolvere la carenza alimentare dei paesi più poveri.
Le preoccupazioni riguardo l’inquinamento delle acque, negli anni ’60, svilupparono l’interesse nell’uso delle microalghe per il trattamento delle acque reflue. Trattare la acque reflue, infatti, sembrava essere il modo migliore, e più economico, per associare la depurazione delle acque, ricche di elementi fondamentali per la sintesi algale, alla crescita delle microalghe. Nel corso degli anni 80 si sono sviluppati negli Stati Uniti sia impianti di dimensioni importanti che centri di trattamento delle acque reflue di medie o piccole dimensioni che utilizzavano open pond, e in rari casi si effettuava la raccolta della biomassa algale prodotta.
Le microalghe sono microorganismi unicellulari autotrofi o eterotrofi che crescono, come le piante terrestri, attraverso un processo di fotosintesi in cui catturano anidride carbonica e energia luminosa, e le convertono in lipidi. Il gruppo delle microalghe include procarioti (cianobatteri o alghe verdi-azzurre) e eucarioti (alghe verdi, diatomee, alghe rosse, etc...). Una delle più grandi sfide nella coltura delle alghe è individuare le specie che crescnoa velocemente e che contengano al loro interno un alto contenuto di lipidi, i quali siano facili da estrarre e raccogliere.
Le colture di microalghe sono usate comunemente come alimentazione in acquacoltura e per la produzione di molecole ad alto valore aggiunto, a causa dell’alto contenuto di acidi grassi delle alghe. Affinchè la crescita possa essere attuata e favorita devono essere rispettate alcune condizioni ambientali fondamentali. Nelle prime due fasi di crescita deve essere fornito un apporto di nutrienti, ed essendo le alghe organismi autotrofi fotosintetici è costituito, perdipiù, da concentrazioni adeguate di CO2, N (sotto forma di nitrati di ammonio) e P (sotto forma di fosfati) oltre che un esposizione alla luce adeguata. L’energia radiante, infatti, è in grado di promuovere i processi di fotosintesi che consentono la fissazione dell’anidride carbonica e degli altri nutrienti inorganici presenti in fase fluida, producendo materiale organico che costituisce la cellula algale; questa può quindi accrescersi e moltiplicarsi per fissione o duplicazione producendo altra biomassa ad alto contenuto lipidico.
Le specie più promettenti
Nella produzione di biodiesel da alghe i parametri fondamentali da considerare per individuare le specie algali migliori, sono l’analisi della concentrazione di lipidi e la velocità di crescita. A parte questi due valori fondamentali devono essere considerati, inoltre, il rischio di contaminazione della coltura, apporto di nutrienti necessario e le tecnologie di raccolta e concentrazione della biomassa. Potrebbe infatti essere favorita la coltura di una specie in grado di effettuare bioflocculazione in particolari condizioni ambientali. In seguito verranno passate in rassegna alcune delle specie algali più usate.
Arthrospira platensis: È conosciuta anche con il nome di Spirulina per la sua particolare forma. È coltivata sia all’interno di fotobioreattori che in lagune aperte o raceway. La specie Spirulina è relativamente resistente alla contaminazione quanto cresce all’interno di un mezzo che contiene un’alta concentrazione di bicarbonato (15g/L). La maggior parte dei sistemi di produzione di questa specie usa raceway poco profondi, foderati di plastica e miscelati con ruote a pale che permettono un buon controllo delle condizioni.
Dunaliella salina: La coltura di questa tipologia di alga richiede particolari condizioni climatiche ed ambientali oltre alla disponibilità di specifici substrati nutritivi che ne favoriscono ed incrementano la crescita. La produzione di questo tipo alga avviene solitamente in raceway non molto profondi miscelati con ruote a pale. Possono essere usati, tuttavia, anche grandi pond non miscelati posizionati in luoghi dove il costo del terreno non è rilevante, in modo da diminuire cosi il costo di produzione.
Botryococcus braunii: È un microalga verde a forma di piramide. Le colonie di questa tipologia di alghe possono crescere in laghi ed estuari della zona tropicale o temperata e possono fiorire in presenza di elevati livelli di fosforo disciolto. L’olio derivante da questa specie algale non permette di ottenere biodiesel attraverso trans-esterificazione in quanto esso presenta trigliceridi di acidi grassi; può essere usato come materia prima per idrocracking e raffinazione dell’olio per produrre ottano, cherosene e diesel.
Recupero della biomassa algale e conversione dei lipidi in biocarburante
Una volta prodotta, la biomassa algale essa deve essere recuperata dai terreni di coltura per essere trattata e utilizzata nei suoi vari impieghi. La raccolta e l’isolamento della produzione delle colture microalgali è una delle aree più problematiche nella tecnologia di produzione del biocarburante dalle alghe. Questo è dovuto al costo dei processi di recupero della biomassa da una soluzione fortemente diluita, soprattutto se la coltura è stata effettuata in vasche aperte.
I metodi di recupero della biomassa sono diversi e presentano oltre a caratteristiche differenti anche costi variabili. La biomassa diluita raccolta deve essere concentrata di oltre 100 volte per raggiungere una densità sufficiente (almeno 50g/L, preferibilmente 100g/L o oltre) a consentire il suo successivo processamento e conversione a biocombustibile.
Le principali tecniche usate per il recupero e concentrazione di biomassa sono:
Flocculazione: È la raccolta delle cellule in una massa aggregata attraverso l’addizione di polimeri. Le cellule microalgali aggregate offrono il vantaggio di una più facile separazione dal brodo di coltura;
Centifugazione: Può essere utilizzata per quasi tutti i tipi di alghe anche se è sconsigliata per quelle che presentano cellule molto fragili. La centrifuga è praticamente un serbatoio di sedimentazione nel quale vi è un miglioramento della forza di gravità per favorire la sedimentazione;
Filtrazione: Viene usata in campo commerciale per raccogliere la Spirulina e questo processo risulta relativamente a basso costo usando i cosiddetti microfiltri. Si tratta solitamente di filtri rotanti con un controlavaggio, filtri inclinati o vibrofiltri;.
Una volta separata la biomassa algale deve essere in primo luogo sottoposta a un processo di estrazione dei lipidi per ottenere l’olio di alga, il quale, poi, verrà trattato per essere trasformato in biodiesel. La frazione lipidica può essere estratta dalla biomassa attraverso estrazioni con solventi, meccaniche, o con l’utilizzo degli ultrasuoni. Può essere sottoposta inoltre a pirolisi o cracking.
Conclusioni
Da quanto esposto risulta chiaro come le potenzialità della produzione di biodiesel da microalghe siano estremamente interessanti. Al momento, in tutte le sperimentazioni effettuate, il problema risultano essere gli elevati costi di separazione e trasformazione della biomassa in carburante. Ciononostante la possibilità di integrare la produzione di biocarburanti con altre produzioni (quali ad esempio la produzione di integratori alimentari, biofertilizzanti, mangimi o carta) o altri utilizzi (come ad esempio la depurazione delle acque reflue) rende il settore delle alghe uno dei più promettenti nel panorama delle energie rinnovabili.
domenica 26 febbraio 2012
La diagnosi energetica: strumento di gestione aziendale

La diagnosi energetica è lo strumento fondamentale per ordinare e mettere ordine negli interventi di efficientamento che un organizzazione vuole implementare: la diagnosi deve partire necessariamente da un'analisi energetica dello stabilimento e quindi da un censimento di tutti i consumi di energia primaria e delle eventuali produzioni di energia interne allo stabilimento. Questa analisi deve essere condotta su un periodo significativo: almeno 1 anno e comunque un periodo che comprenda eventuali ciclicità dell'attività produttiva. Vanno individuati gli usi e consumi energetici dividendoli per esempio per area di consumo secondo l'organizzazione dell'azienda (produzione, logistica, ecc.) o per tipo di energia utilizzato: vanno presi in considerazione combustibili fossili (gas naturale, gasolio, carbone, ecc.), fonti energetiche interne (scarti di produzione termovalorizzati, residui organici usati per la produzione di biogas, impianti fotovoltaici, eolici, ecc.), vettori energetici acquistati all'esterno (EE, vapore, aria compressa, ecc.).
Tali usi e consumi vanno valorizzati su una base comune (p.e. TEP o MJ) per avere una stima dell'incidenza statistica sul consumo totale dello stabilimento. Questa stima serve anche per individuare delle soglie di significatività al di sotto della quale il consumo può essere monitorato con minore attenzione.
A questo punto vanno valutate le opportunità di miglioramento su ciascuna area di consumo, valutando contemporaneamente idoneità delle procedure utilizzate, idoneità del controllo operativo, confronto con le best practices. Dove si rilevi per uno di questi motivi consumi superiori alle attese si prospetta un'opportunità di miglioramento che può riguardare:
implementazione di nuove procedure: p.e. spegnimento delle macchine durante i periodi di inattività, rotazione nel funzionamento delle apparecchiature energivore;
miglioramento del controllo operativo: p.e. affinamento dei compiti di controllo dei capiturno e capireparto, aumento delle frequenze di manutenzione delle apparecchiature;
interventi impiantistici: inserimento di impianti di produzione energetica (cogenerazione, utilizzo di scarti, ecc.), inserimento di recuperi termici, nuovi corpi luminosi, ecc.
Di ciascuno degli interventi individuati andrà indicato:
costo indicativo dell'implementazione;
- eventuali incentivi disponibili;
- risparmio conseguibile;
- ritorno economico (ad esempio pay-back, TIR, VAN).
Per interventi particolarmente onerosi andrà abbozzata una sensitivity analisys ai principali parametri che possono influenzare l'investimento.
Quali interventi per il miglioramento dell'efficienza?

Quali interventi di miglioramento energetico implementare in un'azienda manifatturiera? Come scremare gli interventi ed ottenere i massimi risultati tecnico-economici?
Prima di procedere a individuare gli interventi più interessanti va effettuata una diagnosi energetica che individui le aree e le apparecchiature di maggior consumo su un arco di tempo significativo. I dati più importanti da analizzare sono:
aree / apparecchiature di maggior consumo;
anzianità e stato di conservazione delle apparecchiature
andamento del consumo energetico complessivo e (per quanto riguarda il consumo elettrico) consumo ripartito nelle fasce F1, F2 e F3 ed valore dello sfasamento cos phi
A fronte di questa analisi alcuni interventi da valutare sono:
sostituzione delle apparecchiature vetuste con apparecchiature nuove;
- sostituzione di motori a bassa efficienza con motori a efficienza più elevata
- inserimento di azionamenti ad inverter per utenze molto variabili;
- gestione automatizzata di gruppi di apparecchiature, per esempio compressori aria compressa o centrali frigo.
Anche se non strettamente correlati alla riduzione dei consumi ma molto attinenti al campo energetico sono le seguenti valutazioni:
- inserimento di rifasatori nel caso il cos phi sia basso e causa di penali;
- valutazione della sostituzione di utenze elettriche con utenze termiche (per esempio compressori mossi da turbine a vapore). Tale intervento può anche avere lo scopo di bilanciare il T/E complessivo e rendere più conveniente un impianto di cogenerazione
Di ciascun intervento andrà definito costo d'investimento e d'esercizio, risparmio conseguibile, eventuali incentivazioni, ritorno economico (Pay-back, VAN, TIR).
L'autoproduzione di energia elettrica è da valutare ad esempio nei casi:
- indisponibilità del fornitore a un aumento della potenza elettrica necerssaria oppure frequenti black-out di rete: in questo caso può essere interessante inserire un gruppo elettrogeno, ad esempio a gasolio;
- disponibilità di scarti prodotti dall'attività e di difficile gestione/smaltimento: se il PCI di questi è sufficientemente elevato può essere interessante valutare l'investimento in un impianto di termovalorizzazione;
- disponibilità in loco di fonti alternativi (crinali ventosi per l'eolico, tetti ben esposti per il FV);
- elevati consumi elettrici e termici e contemporaneità di utilizzo di EE e calore: risulta molto interessante l'investimento in un impianto di cogenerazione a gas oppure a biocombustibili.
Il ruolo dell'Energy Manager e dell'Esperto in Gestione dell'Energia

Nei tardi anni '70 il mondo occidentale si trovò davanti a un panorama di macerie: le due crisi energetiche del 1973 e del 1979, pur molto diverse per cause e conseguenze, avevano minato le fondamenta di un modello basato sulla crescita ininterotta e il loro intero apparato produttivo andava riorganizzato su basi di efficienza nell'uso delle risorse. Uno dei punti più bisognosi di attenzione era proprio quello del consumo energetico e l'Italia si diede, con D. Lgs. 308 del 1982, una prima struttura di energy management: le aziende industriali con un consumo superiore alle 10.000 Tonnellate Equivalenti di Petrolio all'anno (TEP, un'unità di misura dell'energia particolarmente adatta a riassumere forme diverse di consumo) erano obbligate a comunicare al Minisitero dell'Industria il nominativo del funzionario responsabile per la conservazione dell'energia.
Detta figura venne poi estesa e ampliata con la fondamentale legge n. 10 del 1991, che estese l'obbligo della nomina del Responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia (spesso indicato col termine inglese Energy Manager – EM) anche a tutte le attività dei settori diversi dall'industriale che hanno consumi annui superiori ai 1.000 TEP. Incarichi e obblighi del reponsabile vennero dettagliati nella circolare 219/F/92 (punto 14) la quale stabilisce che nel responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia si configura un professionista con funzioni di supporto al decisore in merito al miglior utilizzo dell’energia nella struttura di sua competenza non avendo peraltro responsabilità in merito all’effettiva attuazione delle azioni e degli interventi proposti, ma solo in merito alla validità tecnica ed economica delle opportunità di intervento individuate.
La Circolare MICA del 2 marzo 1992, n. 219/F riporta inoltre le modalità di trasformazione dell'energia consumata in TEP: i valori in essa contenuti vanno usati qualora non siano noti dati precisi sui poteri calorifici dei combustibili utilizzati. Qualora il combustibile adoperato non rientri fra le voci in tabella (p.e. biodiesel, GECAM, etc), il valore del potere calorifico inferiore va richiesto al fornitore. Va notato che alcuni di questi valori sono influenzati dall'evoluzione tecnologica. E' il caso della conversione dell'Energia Elettrica in TEP, il cui valore è stato fissato recentemente in 0,187 tep/MWh, tiene conto dell’evoluzione in corso ed è legato agli esiti del mercato dei certificati bianchi; esso si riferisce al confronto con impianti nuovi a ciclo combinato e non al parco medio di tutti gli impianti di generazione.
Le responsabilità e le competenze dell'Energy Manager sono state poi ampliate dal D. lgs. 192 del 2005 che prescrive che il rispetto delle caratteristiche di energetiche dei nuovi edifici debba essere verificato dal Responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia nominato dall'ente che riceve la domanda. Il ruolo dell'EM si intreccia con quello del certificatore energetico, colui che attraverso la certificazione energetica, attesta la prestazione o il rendimento energetico di un edificio, cioè il fabbisogno annuo di energia dell’edificio stesso.
Altre recenti normative hanno ampliato ulteriormente il campo d'azione dell'EM: il DM. 21.12.2007 evidenzia come i progetti predisposti per acquisire i c.d. Certificati Bianchi alfine di conseguire gli obiettivi dei Decreti nella riduzione dei consumi finali di Energia possano essere eseguiti non più solo attraverso:
- azioni delle imprese di distribuzione;
- società controllate dai medesimi distributori;
- società terze operanti nel settore dei servizi energetici, comprese le imprese artigiane e loro forme consortili;
ma anche dai:
- soggetti tenuti alla nomina del responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia, che hanno effettivamente provveduto a tale nomina, i quali realizzano misure o interventi che comportano una riduzione dei consumi di energia primaria maggiore di una soglia minima, espressa in TEP, determinata dall'AEEG.
Ma nonostante queste aperture, quello dell'EM rimane il ruolo di una figura aziendale: negli ultimi anni si è affermata la necessità di costruire un mercato dei servizi energetici, in cui le istanze economiche, energetiche, finanziarie e di tutela dell'ambiente si incrocino e si fertilizzino reciprocamente. E' in questo contesto che nasce la figura dell'Esperto in Gestione dell’Energia (EGE) figura certificata ai sensi della Direttiva 2006/32/CE. Questi esperti hanno competenze maturate grazie ad un’idonea esperienza sul campo di tipo tecnico, economico-finanziario, normativo e anche in tema di comunicazione sul tema energia.
Ovviamente gli EGE possono operare in modo qualificato come Energy Managers e negli ambiti delle diagnosi, degli studi di fattibilità, dei contratti sulle forniture e sui servizi energetici, della certificazione energetica degli edifici e degli impianti, dell’accesso agli incentivi, della responsabilità di sistemi di gestione energia e della definizione di strumenti procedurali e normativi.
La direttiva 2006/32/CE viene recepita in Italia dal d. Lgs. 115/2008 e specificatamente dall’art. 16 dove si parla di “Qualificazione dei fornitori e dei servizi energetici”. “...Allo scopo di promuovere un processo di incremento del livello di qualità e competenza tecnica per i fornitori di servizi energetici, con uno o più decreti del MSE è approvata, a seguito dell'adozione di apposita norma tecnica UNI-CEI, una procedura di certificazione volontaria per gli esperti in gestione dell'energia”. Tale norma viene printamente promulgata dall'UNI il 10/12/2009 ed è la norma UNI CEI 11339, che definisce l'EGE come il soggetto che ha le conoscenze, l'esperienza e la capacità necessarie per gestire l'uso dell'energia in modo efficiente.
Il campo dei competenti in campo energetico è a questo punto coperto da due figure, l'EM e l'EGE, che occupano il settore in modo complementare: il primo (EM), nominato dal soggetto interessato, continuerà a svolgere la propria attività di professionista interno o esterno. Tale figura potrà essere interessata o meno a certificare le proprie competenze in materia energetica, specie nel caso della libera professione, e quindi aderire al processo di certificazione volontaria. Il secondo certificato come esperto in gestione dell’energia (EGE) potrà svolgere anche funzioni diverse dalla figura dell’energy manager, come ad esempio operare all’interno di una Energy Service Company (ESCO).
Entrambe le figure sono i referenti principali per l'implementazione in azienda di un Sistema di Gestione dell'Energia secono la nuova norma ISO 50001:2011. Il sistema consente all'organizzazione di avere un approccio sistematico al continuo miglioramento della propria efficienza energetica: la norma descrive i requisiti per un continuo miglioramento sotto forma di un più efficiente e più sostenibile uso dell'energia, senza tener conto della sua forma. La norma è applicabile ad ogni organizzazione che desideri assicurarsi di essere conforme alla propria politica energetica e dimostrare tale conformità ad altri mediante autovalutazione e autodichiarazione di conformità o mediante certificazione di terza parte del proprio sistema di gestione dell'energia.
Etichette:
diagnosi energetica,
EGE,
energia rinnovabile,
energy baseline,
energy review,
fitodepurazione,
KPI,
pianificazione energetica,
rankine,
refrattario,
UNI 11339,
UNI 11428
Iscriviti a:
Post (Atom)
